Vogliamo continuare a restare bambini o diventare finalmente adulti?
- Luigi Ranieri
- 2 ore fa
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In Italia abbiamo un talento straordinario: riusciamo a trasformare quasi ogni problema strutturale in un’emergenza momentanea. Così ci sentiamo sempre autorizzati a intervenire “subito”, “per tamponare”, “per non lasciare indietro nessuno”, “per gestire la situazione”. Tutte espressioni comprensibili, a volte anche necessarie. Il problema è che, quando un Paese vive per decenni di tamponi, a un certo punto non sta più curando le ferite: sta evitando di guardare la malattia.

È qui che, secondo me, entra in gioco una domanda scomoda, forse persino un po’ brutale: vogliamo continuare a restare bambini o diventare finalmente adulti?
Non parlo di adultità anagrafica, ovviamente, perché quella non ci manca nel Paese più vecchio al mondo. Parlo di adultità politica, economica, organizzativa, culturale. L’adulto non è chi non ha paura, non è chi ha tutte le risposte, non è chi non sbaglia. L’adulto è chi smette di pensare che ogni problema sia colpa di qualcun altro, che ogni scelta difficile possa essere rimandata, che ogni vincolo possa essere aggirato, che ogni generazione futura possa pagare il conto di quella presente.
L’adultità, nel linguaggio del Long Mindset, è la capacità di scegliere oggi tenendo dentro la stanza anche chi non c’è ancora: i figli (e i nipoti ancora non nati), i giovani, le imprese che potrebbero nascere, i lavoratori che dovranno reinventarsi, le comunità che erediteranno le nostre infrastrutture, i sistemi previdenziali che stiamo lentamente caricando di peso, la produttività che continuiamo a invocare senza costruire davvero le condizioni perché cresca. Signori, o qui tutti voi avete in mente di spostare il vostro patrimonio all'estero e di emigrare a breve (a mia insaputa), oppure c'è qualcosa che proprio non riesco a decodificare nelle scelte che facciamo come sistema Paese (non a caso, ho deciso di iniziare questa newsletter).
Facciamo un esempio tra adultità e bambineria, richiamando il cosiddetto “miracolo” spagnolo: disoccupazione ridotta in modo significativo, più investimenti esteri, energia meno costosa, maggiore attrattività per le imprese. Al netto delle semplificazioni inevitabili quando si confrontano Italia e Spagna, un punto mi sembra interessante: la Spagna non è cresciuta perché ha scoperto una formula magica. Ha fatto scelte. Alcune controverse. Alcune imperfette. Alcune anche rischiose. Ma le ha fatte con una continuità sufficiente perché producessero effetti misurabili.
Ecco il punto: non è che la Spagna sia diventata improvvisamente un Paese perfetto. Ha ancora debito pubblico, tensioni territoriali, problemi di produttività rispetto ad altre grandi economie europee. Ma ha mostrato una cosa che a noi spesso manca: una direzione abbastanza stabile da permettere al tempo di lavorare.
Il Long Mindset, in fondo, è anche questo: dare al tempo qualcosa su cui lavorare.
Noi, invece, spesso chiediamo al tempo di aggiustare ciò che non abbiamo il coraggio di decidere.
Pensiamo all’energia. Per anni abbiamo discusso di bollette, ristori, compensazioni, emergenze, extra-costi, aiuti temporanei. Tutte cose che, in certi momenti, possono essere necessarie. Ma il tema adulto non è solo “come abbassiamo il costo dell’energia questo trimestre?”. Il tema adulto è: quale architettura energetica vogliamo costruire per i prossimi vent’anni? Dove investiamo? Che rete serve? Quale mix energetico immaginiamo? Quali autorizzazioni semplifichiamo? Quali infrastrutture rendiamo possibili? Quanto siamo disposti a sopportare il costo politico di una scelta che darà frutti quando forse al governo ci sarà qualcun altro? Potremmo, per esempio, puntare sulle centrali nucleari di nuova generazione, e a mio avviso sarebbe tutto ottimo purché da "adulti" prendessimo una posizione!
La Spagna ha investito molto sulle rinnovabili e oggi ne raccoglie anche benefici industriali (ok, ha avuto un episodio serissimo di blackout che ci ricorda l’altra faccia del pensiero lungo: non basta correre sulla produzione se non corri anche sulle reti che devono reggerla).
La lungimiranza non è innamorarsi di una soluzione. È costruire il sistema che permette a quella soluzione di non collassare.
Questo vale per l’energia, ma vale anche per la previdenza. Un Paese adulto non può affrontare il tema pensionistico solo con la domanda: “Chi riusciamo a mandare in pensione prima?”. Deve avere il coraggio di chiedersi anche: chi pagherà? Con quale base demografica? Con quale produttività? Con quale tasso di occupazione giovanile e femminile? Con quale immigrazione regolare e integrata? Con quale capacità di creare valore aggiunto? Personalmente, fossi ventenne, vi confesso che imbraccerei il forcone davanti all'iniquità che stiamo prospettando alle nuove generazioni per difendere i benefici delle vecchie.
So che sono domande meno popolari di una promessa elettorale. Ma l’adultità comincia proprio quando smettiamo di preferire le promesse facili alle domande necessarie.
E poi c’è il tema enorme della produttività. In Italia ne parliamo come se fosse una specie di fenomeno atmosferico: “la produttività non cresce”. Come se fosse pioggia, vento, nebbia. Ma la produttività non cresce per caso. Cresce se investiamo in competenze, tecnologia, innovazione, managerialità, capitale organizzativo, ricerca, processi, filiere, qualità del lavoro, infrastrutture digitali, giustizia più rapida, pubblica amministrazione più efficiente. Cresce se smettiamo di salvare continuamente l’esistente senza chiederci se l’esistente abbia ancora senso.
Qui tocchiamo un punto delicato. Un Paese bambino tende a proteggere tutto ciò che esiste, perché confonde la conservazione con la cura. Un Paese adulto, invece, sa che non tutto ciò che esiste merita di essere mantenuto così com’è. Alcune imprese vanno aiutate a innovare, non semplicemente tenute in vita. Alcuni settori vanno accompagnati a trasformarsi, non congelati. Alcune competenze vanno riqualificate, non protette dall’obsolescenza facendo finta che il mondo non cambi.
Le strutture tampone possono essere umane nel breve periodo, ma diventano disumane nel lungo se impediscono al sistema di evolvere. Salvano lì per lì alcuni, ma possono condannare molti altri a vivere in un Paese meno produttivo, meno attrattivo, meno capace di creare opportunità.
Nel mio libro The Long Mindset ho scritto che l’urgenza dà l’illusione del controllo, ma spesso ce lo sottrae. Ci sentiamo responsabili perché reagiamo, ma reagire non significa governare. In molti casi significa solo arrivare tardi con molta energia. E questa è forse una delle nostre grandi trappole nazionali: scambiare l’intensità della reazione per serietà della politica.
L’adultità, invece, è meno spettacolare. Non fa sempre rumore. Non produce sempre consenso immediato. Non si misura solo nel titolo del giorno dopo. L’adultità è una riforma mantenuta abbastanza a lungo da produrre effetti. È una politica industriale che sopravvive a un cambio di governo. È una scuola che prepara competenze per il futuro, non solo programmi da completare. È una pubblica amministrazione che diventa infrastruttura di sviluppo, non labirinto da attraversare. È una giustizia civile che consente alle imprese di sapere in tempi ragionevoli come finirà una controversia. È una politica energetica che tiene insieme produzione, rete, sostenibilità e competitività. È un sistema previdenziale che non compra consenso oggi vendendo fragilità domani.
Diventare adulti, per un Paese, significa accettare una verità semplice: non possiamo avere contemporaneamente tutto, subito, senza pagare prezzo. Non possiamo avere pensioni anticipate, tasse basse, servizi migliori, investimenti pubblici, debito sotto controllo, transizione energetica, salari più alti e produttività stagnante. Qualcosa non torna. E quando qualcosa non torna, il bambino cerca un colpevole; l’adulto cerca un trade-off.
Questa parola, trade-off, forse dovremmo portarla più spesso nel linguaggio pubblico. Perché ogni scelta vera implica una rinuncia. Se investiamo in innovazione, forse dobbiamo smettere di finanziare rendite improduttive. Se vogliamo salari più alti, dobbiamo costruire imprese più produttive. Se vogliamo attrarre investimenti esteri, dobbiamo offrire prevedibilità normativa e tempi della giustizia compatibili con la vita delle aziende. Se vogliamo più sicurezza sociale, dobbiamo allargare la base di chi lavora e produce valore. Se vogliamo proteggere i fragili, dobbiamo anche evitare che il sistema diventi così fragile da non poter proteggere più nessuno.
Nel coaching, quando una persona continua a raccontarsi che “non può fare diversamente”, spesso il lavoro più utile non è rassicurarla, ma aiutarla a recuperare agency, cioè capacità di azione. Non sempre possiamo scegliere il contesto, ma quasi sempre possiamo scegliere una postura più adulta dentro il contesto. Lo stesso vale per un Paese. Non possiamo cambiare la geografia. Non possiamo riscrivere la storia. Non possiamo cancellare il debito accumulato con un atto di volontà. Ma possiamo decidere se continuare a usare questi elementi come alibi o considerarli vincoli dentro cui costruire una strategia più matura.
Il punto, allora, non è copiare la Spagna. Ogni Paese ha la sua storia, la sua struttura produttiva, i suoi vincoli, le sue ferite. Il punto è imparare dalla parte adulta dell’esempio spagnolo: la continuità, la capacità di scegliere alcune traiettorie e mantenerle, la volontà di intervenire su mercato del lavoro, energia, immigrazione, digitalizzazione, attrazione degli investimenti, senza ridurre tutto a misura tampone.
In Italia abbiamo risorse enormi: manifattura avanzata, filiere di eccellenza, università con punte di qualità internazionale, turismo unico al mondo, imprenditori capaci di fare miracoli quotidiani, territori con identità fortissime. Ma il potenziale, da solo, non basta. Anche una persona può avere talento e restare incompiuta per tutta la vita se non sviluppa disciplina, metodo, responsabilità, capacità di scegliere. Per un Paese vale la stessa cosa.
Il potenziale è infanzia. La responsabilità è adultità.
E forse è proprio qui che il Long Mindset diventa una categoria politica, non nel senso partitico del termine, ma nel senso più nobile: la capacità di prenderci cura della polis guardando oltre la prossima scadenza. Pensare lungo significa chiederci che Paese vogliamo lasciare, ma soprattutto quale Paese stiamo costruendo con le scelte che evitiamo oggi.
Perché anche non scegliere è una scelta. Rimandare una riforma energetica è una scelta. Non intervenire sulla produttività è una scelta. Tenere in piedi strutture inefficienti per paura del conflitto è una scelta. Promettere protezione senza costruire sviluppo è una scelta. E tutte queste scelte, sommate, formano una traiettoria.
La domanda, allora, non è se siamo un Paese sfortunato. La domanda è: siamo un Paese disposto a diventare adulto?
E diventare adulti, lo sappiamo anche nella vita personale, non significa perdere idealismo. Significa smettere di confondere il desiderio con la realtà. Significa continuare a desiderare, ma iniziando finalmente a costruire.
Insight–Action
Cittadinanza come adultità
Prendi un tema che ti sta a cuore come cittadino, professionista o leader: energia, scuola, produttività, pensioni, innovazione, lavoro, sanità, pubblica amministrazione. Poi prova a rispondere a queste domande, senza cercare la risposta più comoda.
Che cosa stiamo facendo oggi solo per tamponare?
Che cosa continuiamo a rimandare perché avrebbe un costo politico, economico o emotivo troppo alto?
Chi lo pagherà tra dieci o vent’anni?
Quale scelta sarebbe impopolare nel breve periodo, ma voglio attivamente promuovere con la mia azione diretta?
Forse la maturità di un Paese si misura da questo: da quanti di noi riusciranno a prendere a cuore una giusta causa, puntando ad un miglioramento di lungo periodo.



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